Difficoltà di comunicazione

Si ringraziano i gestori della pagina Facebook “Disinformazione naturalistica

“L’ho letto su internet”. Questa potrebbe disgraziatamente diventare una delle maggiori citazioni della nostra vita quotidiana e non solo, purtroppo sta diventando non raro anche in alcuni articoli di quotidiani e riviste semi specializzate.

Partiamo dal presupposto che la divulgazione scientifica non è ricerca universitaria, ma sono in ogni caso due facce della stessa medaglia. La prima si informa sulle nuove scoperte e ricerche in campi differenti, cercando di renderlo disponibile e comprensibile anche a chi non è di uno specifico settore di ricerca ma vuole comunque essere aggiornato.  La seconda invece è la parte fondante di tutte le conoscenze, a diversi livelli, che oggi abbiamo. Ormai purtroppo sempre più screditata e avvilita da fondi sempre scarsi (+0.2%; Report ISTAT 2017-2019, ISTAT 2019). In comune, dicevamo prima, hanno il compito di rendere conosciute nuove scoperte.

Negli ultimi anni, si assiste ad uno screditamento in primis della ricerca universitaria, complice una quantità di informazioni raggiungibili troppo facilmente che distolgono l’attenzione e per lo stesso motivo la divulgazione seria, cioè il far conoscere, viene affogata da moltissime notizie che sono troppo semplicistiche e che non trovano riscontro con dati oggettivi. C’è di peggio, a volte chi ha riscontri oggettivi viene denigrato. Non mi dilungherò in un elenco di casi specifici, perchè sarebbero troppi, ma cercherò di trovare un filo conduttore tra l’effettiva oggettività dello studio scientifico e la soggettività di chi legge.

Tutto risiede nel fatto di come ci informiamo e poi divulghiamo, prendendo in considerazione sia i giornalisti  che i lettori meno esperti. L’inizio di tutto è l’articolo o il concetto da cui si parte, che esprime il risultato di una ricerca. La ricerca quindi è il dato oggettivo, la difficoltà risiede nel farlo diventare comprensibile, che forse è la difficoltà più grande. Molto spesso si leggono articoli totalmente errati sotto ogni punto di vista solamente per cercare di “fare notizia”. Il rovescio della medaglia è che molti lettori non avvezzi sull’argomento possono essere confusi, certo anche il lettore potrebbe informarsi bene (che molto spesso non fa); in definitiva il primo filtro dovrebbe essere chi divulga. Di esempi potrei elencarne veramente tanti come dicevo, ma vediamone solo alcuni eclatanti che esprimono l’idea di cosa vorrebbe dire divulgare correttamente.

Il primo esempio è molto semplice da comprendere anche per i meno informati. Sopratutto se siamo professionisti, per evitare di scrivere inesattezze, dobbiamo controllare. Prendiamo le foto che vengono pubblicate come contorno all’articolo. Se si tratta di un articolo in cui si parla di animali non convenzionali (quindi non cani o gatti), la foto dovrebbe essere un aiuto, ma spesso le foto sono discordi alla vera specie menzionata.

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Quello nella foto non è uno scarafaggio (Blattodea) ma un coleottero della famiglia dei Curculionidae. La notizia era sul sito di RaiNews 24 del 17 gennaio 2020. Dalla pagina Facebook “Disinformazione naturalistica”.

Se spostiamo la complessità verso un gradino più alto rischiamo davvero di fare dei danni e creare false speranze ai lettori o peggio creare una consapevolezza errata.

Nella foto si può notare l’amorevole convinzione (legittima) verso l’animale, ma rimane solo una condizione umana quella della compassione verso altre forme di vita. La fauna selvatica, che ne si dica, non ha un rapporto d’amore (inteso come l’amore umano) verso altre specie viventi, ma ha il solo scopo di riprodursi, mangiare e adattarsi. E inoltre come si sottolinea nella foto, non si può pensare di nutrire volontariamente una specie di animale selvatico perchè sarebbe un abituarlo a ricevere cibo e non a cercarlo da se, il fatto che l’animale in questione venga dalla signore è quasi certamente dovuto al fatto che l’umano fornisce cibo e l’ungulato in foto approfitta della situazione (opportunismo) per cibarsi, senza ricambiare sostanzialmente emozioni. Che poi rimanga vicino alla signora è solamente un’abituazione o presa di confidenza che l’animale ha sviluppato verso la persona.

Si potrebbe continuare con molti altri esempi, ma concludo con l’ultimo ma non meno importante. Cioè gli articoli sensazionali solo per avere qualche visualizzazione in più che causano isterie o allarmismi ingiustificati.

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Foto errata. Nell’articolo si parla di zanzare, ma nella foto appare una libellula. 25 giugno 2019 – Quotidiano del Trentino Alto Adige. Dalla pagina Facebook “Disinformazione naturalistica”.

In questo trafiletto, si può ben leggere come le zanzare in generale possono essere in alcuni casi vettori di malattie, e fin qui nulla di strano. Se nella foto ci fosse effettivamente un ematofago (zecca o zanzare) come citato nell’articolo non ci sarebbero problemi. Ma l’errore è palese, nella foto è rappresentata una libellula del genere Cordulegaster, non si pretende l’esatta identificazione della specie, ma almeno non diffondere palesi false informazioni. Chi chiederemo cosa può cambiare non distinguere una zanzare da una libellula? Apparentemente l’errore sembra insignificante. Ma immaginatevi la “psicosi” dovuta all’errata determinazione, potrebbe produrre una campagna anti-libellule, che già per alcune specie, la vita non è semplice; se ancora venissero demonizzate, il danno sarebbe doppio. Questo vale a qualsiasi livello di disinformazione naturalistica e non, ogni errata informazione produce un’errata percezione, che può portare ad un’errata valutazione.

Per concludere, una più accurata ricerca, anche con l’aiuto e  la sinergia di esperti in un determinato campo, per una corretta informazione, sarebbe doverosa; soprattutto da professionisti della scrittura divulgativa, per non finire a dire “L’ho letto su internet”.

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