Cultura ambientale

Immagine: La lezione di Anatomia del dottor Tulp di Rembrandt Harmenszoon van Rijn, 1632

Intendiamoci la cultura non andrebbe vista come fine a se stessa, è generalmente un’insieme di conoscenze utili per capire i cambiamenti del mondo, per affrontarlo nel migliore dei modi e ricordarsi di errori passati per non commetterli più. Infatti si parla a grandi linee di bagaglio culturale. Ma una domanda potrebbe balenare in testa a qualcuno, quante culture esistono? Se guardiamo dal punto di vista mondiale, ogni popolo, ogni etnia ha la propria. Ogni cultura appunto è l’addizione di molti fattori. Come singole persone invece possiamo avere anche noi molte culture, in Italia per lo più una, la cultura umanistica, che oggi nell’era tecnologica si può trasformare in comunicazione.

Contrapponendosi alla cultura abbiamo l’ignoranza, cioè inconsapevolezza o incompetenza (più o meno colpevole). Sei ignorante! Ci sarà capitato, una volta nella vita, di sentirci dare dell’ignorante, ma a pensarci bene, quale tipo di ignoranza? Subito pensiamo ad una ignoranza di tipo lessicale o grmmaticale e quindi un’ignoranza di tipo “umanistica”. Se io non sapessi calcolare un’addizione banale, ad esempio 2+2=4, potrei essere tranquillamente definito ignorante alla stessa maniera di chi non coniuga un congiuntivo in maniera corretta. Oppure non sapere che le piante per sopravvivere effettuano una serie di reazioni chimiche chiamate fotosintesi clorofiliana. Chiaramente non tutti possono sapere tutto, non si parla di conoscenza o cultura innata, sarebbe praticamente impossibile, ma sicuramente le conoscenze e le non conoscenze scientifiche, che siano matematiche, fisiche o naturali dovrebbero esserre messe più in luce nella cultura moderna. Penso sia arrivato il momento giusto per una seconda rivoluzione scientifica, dopo circa tre secoli dalla prima.

Per una buona rivoluzione scientifica e quindi per creare la cultura scientifica che comprende quella ambientale, bisogna partire dalla definizione di cultura. Il termine deriva dal verbo latino colere, “coltivare”, quindi non si può essere acculturati senza prima aver letto un libro sulla materia o senza che nessuno ci spieghi il motivo di un dato fenomeno naturale. La coltivazione di un argomento specifico non inizia e non finisce con la lettura o l’insegnamento ma va curato e praticato; proprio come un bravo agricoltore che per far crescere il raccolto, mette tutta la sua conoscenza ed esperienza al servizio del campo da coltivare.

La formazione e l’informazione ambientale non possono essere fine a se stesse ma come accenanto all’inizio, dovrebbero essere posti in primo piano. Certo è che la creazione di una cultura ambientale vera e propria sarà molto complicata finchè ci saranno informazioni sbagliate e non verificate. La domanda è provocatoria, perchè se un giornale (nazionale o locale) scrive un articolo su un tema ambientale (cambiamento climatico, fauna selvatica, fauna esotica, turismo sostenibile) non viene redatto da chi veramente è compoetente sulla materia?

Le soluzioni ci sarebbero, ma hanno un arco temporale di successo troppo lungo per la società moderna, sempre intenta a correre. Un concetto ambientale, come tutti quelli scientifici (anche la filosofia), va compreso, capito ed assimialto nel prorpio intimo. Possiamo ancora cambiare, gli strumenti esistono. Nella cultura italiana sembrerebbe di no purtroppo. Prendiamo qualche dato non ambientale ma politico, solo per fare una simmetria sui concetti. Prendiamo d’esempio i partiti “verdi”, caposaldo della divulgazione politica dell’ambiente. In Germania alle elezioni regionali (o meglio, statali) in Baviera, del 14 ottobre 2018, hanno sancito l’exploit dei Grünen di Katharina Schulze, capaci di conquistare il 17,5% dei voti e 38 seggi. Una crescita di 8,9 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Il risultato è quindi servito da volano, favorendo una crescita nei consensi, secondo i sondaggi, anche a livello nazionale. Solamente l’anno prima, alle elezioni federali, i verdi tedeschi erano risultati sostanzialmente stabili rispetto al passato (8,9%). I Grünen stanno beneficiando, oltre che di una strategia tesa ad abbandonare l’immagine di un single issue party, del periodo di difficoltà dei due partiti popolari storici della Germania, ossia la CDU/CSU e dei socialdemocratici della SPD (Fonte: YouTrend). E in Italia? Nel nostro paese il principale soggetto politico legato alle tematiche ambientali era rappresentato dalla Federazione dei Verdi, fondata il 9 dicembre del 1990. Analizzando i dati elettorali, è evidente come i verdi italiani abbiano sempre ottenuto consensi assai modesti, non riuscendo mai a superare il 5% dei voti (Fonte: YouTrend), portando il partito a smembrasi in poco tempo. La causa è probabilemnte da ricercare in nei dissidi interni che negli anni hanno ridotto l’unico partito di “verde” a un ammasso di rottami. Manca un’idea comune, mancano le modalità di crescita politica e quindi sociale, nei confronti di temi che oramai devono essere cari a tutti sia per cultura che per la nostra salute.

Qual è l’impatto effettivo delle tematiche ambientali nelle policy dei vari stati? In realtà è complesso individuare quanto, in concreto, i temi legati all’ambiente siano sentiti e trovino spazio nelle agende degli esecutivi dei paesi UE. Una strada, pur da percorrere con estrema cautela, può essere quella di utilizzare i dati relativi alle entrate dei governi derivanti da tassazione diretta dei fattori di inquinamento (le cosiddette pollution tax), nonché quelli sulla spesa in termini di protezione ambientale e il contrasto dell’inquinamento. Per quanto riguarda la pollution tax, non si assiste ad una correlazione di questa con la forza elettorale dei partiti verdi. Ad esempio la Spagna nel 2016 ha incamerato lo 0,23% sul gettito complessivo, che è pur sempre superiore al guadagno nullo fatto registrare dalla Germania – nonostante il peso elettorale dei partiti verdi tra questi paesi, come abbiamo visto, non sia comparabile. Gli investimenti nella protezione dell’ambiente, spicca su tutti la Francia, che dal 2008 al 2016 ha incrementato la propria spesa a favore della protezione ambientale da circa 17,8 miliardi di euro a 21,9 miliardi. Rappresenta invece un’eccezione l’Italia, con livelli di spesa, in termini assoluti, di poco inferiori alla Germania, ma non ancora sufficenti ad elevare il nostro patrimonio naturale in manierasiginifcativa, anche se qualcosa sembra muoversi in positivo per le A.M.P. (Aree Marine Protette) (Fonte: Notiziario natura e biodiersità U.E. 2019 – https://ec.europa.eu/environment/nature/info/pubs/docs/nat2000newsl/IT%20Nat2k47%20WEB.pdf).

Il terzo indicatore infine riguarda la spesa per il contrasto dell’inquinamento. Secondo i dati Eurostat, in testa alla classifica si colloca la Germania, che negli otto anni dal 2008 al 2016 ha più che triplicato gli investimenti, nonostante un leggero calo di spesa nel 2016 (5,3 miliardi complessivi). Seguono poi i Paesi Bassi, che passano dai circa 2,1 miliardi del 2008 agli 1,8 miliardi registrati nel 2016. In questo caso la statistica è però rilevante se messa in rapporto al numero dei suoi abitanti, molto inferiore a quello degli altri paesi considerati. Si attesta su livelli leggermente inferiori la Francia, che passa da circa 1,4 miliardi nel 2008 a 1,6 miliardi spesi nel 2016, con un andamento oscillante nel tempo. Italia e Spagna si collocano in coda, molto al di sotto del miliardo: 725 e 306 milioni di euro investiti rispettivamente dai due paesi mediterranei nel 2016 per l’abbattimento dell’inquinamento.

Insomma, la cultura va finanziata, osservando l’ultimo report di Eurobarometro in materia ambientale, per la larga maggioranza dei cittadini UE, né gli stati nazionali (67%) né Bruxelles (62%) stanno compiendo forzi sufficienti per la protezione dell’ambiente. Si tratta di un dato interessante, che evidenzia come, se interrogati sulla singola tematica, vi sia una netta condivisione da parte degli europei della necessità di politiche più efficaci in materia ambientale. Ci auguriamo un cambiamento di paradigma molto veloce per evitare catastrofi peggiori che non un pugno di voti percentuali persi.

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